Categoria: Storie Biancorosse

Racconti, approfondimenti e memorie della storia della Pallacanestro Reggiana: giocatori, allenatori, dirigenti, partite e stagioni che hanno lasciato il segno.

Fuggiti nella notte: quando i giocatori della Reggiana sparivano senza salutare

Fuggiti nella notte: quando i giocatori della Reggiana sparivano senza salutare

In oltre cinquant’anni di storia, la Pallacanestro Reggiana ha avuto promozioni memorabili, campioni internazionali e serate da ricordare. Ha avuto anche qualche giocatore che, a un certo punto, ha deciso che Reggio Emilia poteva fare a meno di lui, e lui di Reggio Emilia. Senza preavviso e senza un biglietto sul tavolo della segreteria. Quattro storie, quattro epoche e un filo comune: a un certo punto il giocatore non c’era più.

Louis Orr, o dell’arte di sparire prima della palla a due
Estate 1988. La Reggiana, targata Cantine Riunite e fresca di promozione in A1, mette a segno un colpo da applausi: arriva Louis Orr, ala americana con oltre cinquecento partite in NBA tra Pacers e Knicks. Il piano della dirigenza è affascinante: rifare a Reggio la coppia di Syracuse, quella che negli Stati Uniti chiamavano il “Louie and Bouie Show”, mettendo Orr accanto al centro Roosevelt Bouie.
Lo show, a dire il vero, non decolla mai. Orr fatica a ambientarsi, si sente isolato, e la provincia emiliana gli sembra più un altro pianeta che un’altra città. Dopo cinque partite e 65 punti, a novembre, a poche ore dalla sfida con Fabriano, accade l’impensabile: Orr scompare. Non avvisa dirigenti, compagni e nemmeno l’amico Bouie. Va in aeroporto, sale su un aereo e torna negli Stati Uniti. Si può dire che sia stato il giocatore più puntuale della storia a presentarsi all’appuntamento con il proprio addio.
Lo spogliatoio incassa il colpo e a pagare è l’allenatore Piero Pasini, esonerato. Tocca al suo vice, Massimo Grisanti, rimettere in piedi la baracca, e ci riesce: salvezza ai play-out. Orr, dal canto suo, non giocherà più da professionista, ma farà una lunga carriera da allenatore nei college americani. Evidentemente le panchine non gli facevano paura, a differenza del palazzetto.

Vincent Askew, la parentesi lampo
Passano gli anni e arriviamo alla stagione 1992/1993, A2, con la Reggiana targata Sidis e coach Virginio Bernardi che costruisce una squadra di alto livello. Accanto al fuoriclasse Mike Mitchell arriva Vincent Askew, guardia-ala due volte MVP della CBA e reduce dai Golden State Warriors. Sul campo si vede subito che è di un’altra categoria.
Il problema è che Askew sembra pensarla allo stesso modo anche sul resto, compresa la durata della permanenza. Disputa due partite ufficiali a settembre, poi saluta senza chiedere il permesso e vola negli Stati Uniti. Lì firma prima con i Sacramento Kings e poi con i Seattle SuperSonics. Più che un trasferimento, è stato un transito: Reggio Emilia come sala d’attesa, con tanto di parquet.
Qui, però, la storia ha un lieto fine. Per rimediare, la società ingaggia Tony Brown, che si integra alla perfezione con Mitchell e con il gruppo, e trascina la Reggiana al primo posto in regular season e alla promozione diretta in A1. Askew, da parte sua, giocherà 467 partite in NBA e arriverà fino alle Finals del 1996 con i Sonics. Un caso raro in cui tutti, alla fine, possono dire di aver fatto la scelta giusta.

Houssam Gamal, il ragazzo di casa che prese il volo
Il caso più curioso è quello che riguarda uno di famiglia. Houssam Gamal, pivot di 207 centimetri, è nato a Reggio Emilia nel 1983 da famiglia egiziana, è cresciuto nel vivaio biancorosso, ha vinto lo Scudetto Under 20 nel 2003 e ha portato in A1 la squadra nel 2004, quella allora targata Bipop Carire. Se c’era un giocatore da cui nessuno si sarebbe aspettato una fuga, era lui.
Agosto 2004: coach Fabrizio Frates convoca la squadra per il raduno. Gamal non si presenta. Non è né ammalato né in ritardo: è semplicemente volato negli Stati Uniti per camp estivi e provini, senza dire niente a nessuno. La preparazione se la perde tutta, e sulla stampa cittadina si scatena il putiferio.
Rientrato dopo qualche settimana, viene reintegrato a fatica. La squadra intanto arriva fino alla finale di Coppa Italia, ma per lui lo spazio è poco, e nell’agosto 2005 viene ceduto a titolo definitivo alla Juvecaserta per oltre 30.000 euro. Salutando, Gamal fa una cosa rara, cioè ammette di aver sbagliato: “L’anno scorso destò clamore la mia scelta di andare negli Stati Uniti anziché rispondere alla convocazione. Adesso non lo rifarei. Ma allora ero convinto fosse la cosa giusta e tutto serve per crescere”. Più che una scusa, una lezione di vita in tre righe.

Spencer Butterfield, dal parquet al mattone
Ultimo caso, stagione 2018/2019, con la Reggiana targata Grissin Bon. Spencer Butterfield, guardia americana, arriva in estate con la fama di tiratore di livello europeo. Gioca quattro partite, segna 63 punti, poi un infortunio alla gamba lo ferma. A novembre torna negli Stati Uniti per curarsi, e a quel punto smette di rispondere: né al medico, né ai dirigenti. Silenzio assoluto.
A dicembre il mistero si chiarisce, e con un colpo di scena che nessuno si aspettava: Butterfield annuncia che lascia la pallacanestro per fare l’agente immobiliare. Da tiratore a venditore di case, dalla linea dei tre punti alla linea del mutuo. Non c’è niente da ricucire, e la società ufficializza la risoluzione consensuale del contratto.
Ma il bello arriva dopo. A luglio 2019, archiviata la parentesi immobiliare, Butterfield ci ripensa e torna a giocare, in Francia, a Nanterre 92. Forse scoprire che il mercato delle case è più duro di quello dei canestri è stato un buon motivo per tornare.

Cantine Riunite-Leone Mare: un punto che cambiò tutto

LA PARTITA CHE ANCORA OGGI I REGGIANI RICORDANO

Il confine tra gloria e delusione cocente può essere davvero un soffio. Può un singolo punto cambiare la storia di due città?

A volte un’intera stagione sportiva si concentra in un solo, decisivo istante. Nella pallacanestro, un punto rappresenta il margine più sottile possibile: niente appelli, niente attenuanti. È una linea invisibile ma invalicabile, quella che separa chi stappa lo spumante da chi, invece, è costretto a ripartire da zero.

Questo racconto ruota proprio attorno a quel punto fatidico.

Il 18 maggio 1980, al palazzetto di via Guasco a Reggio Emilia, non c’è un posto libero. L’aria è densa, carica di una tensione che si può quasi toccare. In campo si affrontano le Cantine Riunite Reggio Emilia e la Leone Mare Livorno. Alla sirena finale, il tabellone segna 72-73: un punteggio destinato a restare negli annali.

Quel risultato divide in modo netto il destino sportivo delle due squadre in uno spareggio senza ritorno. Basta sfogliare i giornali dell’epoca per rendersene conto: Il Tirreno parla di un capolavoro tattico, esaltando la compattezza del gruppo livornese e la lucidità mostrata nei minuti decisivi, mentre la Gazzetta di Reggio racconta un dramma sportivo, soffermandosi sulle disattenzioni difensive e sulla scarsa precisione dalla lunetta nei momenti chiave. Un solo verdetto, due narrazioni speculari.

Per comprendere davvero il peso di quella partita bisogna tornare indietro di qualche mese. Il campionato di Serie B 1979-80 non fu certo una passeggiata, ma un vero percorso a ostacoli. La stagione regolare era divisa in gironi geografici e, una volta terminata, le migliori squadre – tra cui Livorno e Reggio Emilia, già protagoniste di sfide accese – accedevano alla poule A2. Qui, in una post-season a dieci squadre, solo la prima classificata otteneva la promozione, trasformando ogni partita in una finale senza appello.

La classifica finale racconta un equilibrio quasi perfetto: Livorno chiude a 28 punti, mentre Padova e Reggio Emilia inseguono a quota 26. Due punti appena a fare la differenza, l’esatto valore di una singola vittoria, proprio quella strappata da Livorno nello scontro diretto.

Le due squadre erano state costruite con un obiettivo preciso: conquistare la promozione. La Leone Mare, guidata dal presidente Foresi e allenata con intelligenza da coach Raffaele, era una formazione solida e concreta, capace di contare su giocatori del calibro di Alfredo “Ciccio” Grasselli e sul talento realizzativo di Nedo Filoni. Dall’altra parte, le Cantine Riunite del presidente Prandi erano affidate a Raimondo Vecchi e si erano rinforzate pescando dal Gira Bologna elementi come Mario Ghiacci e Ugo Di Nallo.

Le due squadre si erano già incrociate tre volte nel corso della stagione, alimentando mese dopo mese una tensione crescente che avrebbe trovato il suo culmine a maggio del 1980. Nel novembre 1979 Livorno aveva espugnato Reggio Emilia vincendo 73-81. A gennaio, nel ritorno della stagione regolare, Reggio aveva risposto con un’impresa, imponendosi a Livorno per 93-91. Poi, a marzo, nella poule A2, era stata di nuovo Livorno a dominare in casa con un netto 89-74.

Anche i punteggi raccontano molto più di quanto sembri. A gennaio le due squadre avevano dato vita a una gara da 184 punti complessivi, fatta di ritmo alto, attacchi rapidi e spettacolo puro. A maggio, invece, i punti totali si fermano a 145: la pressione trasforma il gioco in un duello asfissiante, una vera guerra di logoramento in cui la Leone Mare riesce a imporre un ritmo controllato, limitando con efficacia l’attacco reggiano.

E poi c’è quel momento finale, quello che cristallizza tutto.

La sirena suona, il tabellone segna 72-73, e da lì in avanti nulla sarà più come prima. Quella partita segna l’inizio di due percorsi profondamente diversi. Per Livorno, quel successo spalanca le porte della gloria: il 1° giugno, battendo Padova, la squadra corona il suo cammino conquistando la promozione in A2. Per Reggio Emilia, invece, quel singolo punto mancato rappresenta una ferita dolorosa.

Eppure, proprio da quella delusione nasce qualcosa di importante. La squadra non crolla, non si dissolve. Al contrario, trasforma quella sconfitta in energia, in motivazione pura. Dopo aver incassato il colpo e chiuso una stagione segnata dall’amarezza, la società consolida le proprie fondamenta e, nell’anno successivo, domina il campionato. È l’inizio di un percorso solido e duraturo, che getterà le basi per una lunga presenza ai vertici del basket italiano.

Tutto, in fondo, per un solo punto.